
Per ottenere farine e semole di qualità, non basta partire da una buona semente: serve una filiera consapevole, fatta di agricoltori, tecnici e trasformatori che trattano il grano come ciò che è: un essere vivente. Se lo si coltiva e si lavora nel modo giusto, il risultato è un prodotto autentico, nutriente e sicuro.
Oggi vogliamo affrontare un tema importante, spesso ignorato ma che riguarda tutti:
che grano mangiamo ogni giorno?
Nel 2000 in Sardegna si coltivavano oltre 100.000 ettari di grano. Oggi ne rimangono meno di 24.000.
In parallelo, molti grandi molini presenti sul territorio hanno preferito puntare sull’importazione di grano estero, meno costoso, piuttosto che sostenere la produzione locale.
Risultato? Oggi in Sardegna si producono circa 500.000 quintali di grano all’anno, a fronte di un fabbisogno regionale che supera 1 milione e mezzo di quintali.
Questo significa che l’80% del grano consumato sull’isola arriva dall’estero.
Molto del grano importato proviene da Paesi dove le condizioni climatiche non consentono una maturazione naturale. È il caso, ad esempio, del grano canadese, spesso trattato con glifosato – un erbicida utilizzato anche per l’essiccazione artificiale del raccolto, pratica nota come desiccazione.
Questo trattamento lascia residui nella cariosside, che poi finiscono direttamente nelle nostre farine, semole e pasta.
Le analisi condotte da diverse associazioni – tra cui Grano Salus, che riunisce agricoltori e consumatori attenti alla salute – hanno evidenziato la presenza di glifosato anche in paste che riportano in etichetta la dicitura “100% grano italiano”.
E non è tutto. In ambienti umidi, come quelli tipici delle coltivazioni canadesi, è più facile che si sviluppino muffe e micotossine. Diversi biologi nutrizionisti mettono in guardia da questi contaminanti, che possono causare permeabilità intestinale e contribuire allo sviluppo di intolleranze alimentari e celiachia, in particolare se uniti a un microbiota intestinale già compromesso dai residui chimici.
In Canada, una partita di grano con più di 700 ppm di glifosato viene incenerita come biomassa.
In Europa, invece, i limiti consentiti per il consumo umano arrivano fino a 1.700 ppm.
Eppure noi italiani – e in particolare i sardi – consumiamo molta più pasta rispetto ad altri Paesi: fino a 20 kg pro-capite all’anno, tra pasta e pane.
In Sardegna questa media è ancora più alta, ma spesso non si presta attenzione alla provenienza delle semole. Questo ci ha portato a essere una delle regioni con il maggior numero di segnalazioni di disturbi legati alla farina e al glutine.
Sulla nostra isola, grazie al clima secco e temperato, il grano raggiunge naturalmente la maturazione, senza bisogno di essiccazioni artificiali o trattamenti tossici.
Eppure, anche qui alcuni marchi continuano a importare grano estero, perdendo l’occasione di valorizzare le potenzialità di un’agricoltura realmente sostenibile e sicura.
La filiera Sardo Sole, insieme a realtà agricole come Sinis Agricola, punta invece su un grano sardo, coltivato, molito e trasformato interamente in Sardegna, con tracciabilità totale e senza trattamenti chimici post-raccolta.
Noi di Sardo Sole chiediamo da tempo etichette alimentari più chiare e dettagliate, per permettere ai consumatori di sapere davvero cosa mettono nel piatto: da dove proviene il grano, come è stato coltivato, che tipo di trasformazioni ha subito.
Dal sapore, non è possibile percepire la presenza di micotossine, conservanti o residui chimici. Solo un’informazione corretta e trasparente può guidare scelte più consapevoli.
Il cambiamento parte anche dalle famiglie e dalle scuole: serve più educazione alimentare e una nuova consapevolezza nelle giovani generazioni.
Conoscere che cos’è il glifosato, come agisce, e perché è meglio evitarlo, è il primo passo per tutelare la salute e il territorio.
Perché restituisce valore al territorio e a chi ci lavora con passione e competenza